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13 giugno 2012 / bommaraya

Bruce Springsteen – 7 giugno 2012 – San Siro (Milano)

di Mattia Brunelli

foto di Mattia Brunelli


Credo che, in quanto fan, recensire uno show di Bruce Springsteen sia la cosa più difficile in assoluto. Non riesci ad essere obiettivo, non vuoi essere obiettivo; perchè quando un signore del New Jersey di 63 anni suona un totale di 33 canzoni di fila per 3 ore e 40 minuti…beh signori, questo è spettacolo. Ho dovuto lasciare raffreddare questa recensione per qualche giorno, prima di mettermi di impegno e scriverla come si deve.

Il concerto di Milano, anche a detta di molti super fan, è stato qualcosa di leggendario. E’ stato confermato dalla fanzine backstreet.com che è stato il secondo concerto più lungo in assoluto dopo quello di Capodanno del 1980 a New York City, che iniziò nel 1980 e finì nel 1981. Nel concerto venne eseguita anche la cover di “In The Midnight Hour”, con tanto di countdown nel mezzo. Qui la situazione è un po’ diversa ma la grinta e le canzoni scivolate fuori dalle tasche della magnifica E Street Band, sono incredibili.

L’inizio del concerto può definirsi un po’ banale, in quanto ricalca alla perfezione le prime apertura in quasi tutte le date del tour. Quindi si inizia con il singolo di protesta “We Take Care Of Our Own”, si prosegue con “Wrecking Ball” e si atterra comodamente sulla fidata “Badlands”, trascinata dal maestoso Max Weinberg alla batteria.

“My City Of Ruin” è una preghiera verso coloro che non ci sono più. Gli indimenticati e indimenticabili Clarence Clemons e Danny Federici. Gran sorpresa per la presenza in scaletta di “Spirit In The Night” e “The E Street Shuffle”, datate entrambe 1973!
Dopo “Jack Of All Trades” che fa di S.Siro un enorme torcia grazie a migliaia di accendini e telefonini, il concerto si apre. Springsteen e la E Street Band si caricano a molla e tirano fuori il meglio. Inizia una serie di 15 brani che ti prendono e non accennano di lasciarti andare. La prima chicca vera è proprio è la splendida “Candy’s Room”. Pezzo che insieme a “Darkness On The Edge Of Town” suonato subito dopo, fanno mancare il fiato al sottoscritto che li voleva sentire da una vita intera. Chiede un cambio di chitarra, il Boss, e inizia da solo una scatenatissima “Johnny 99”, molto lontana dalla versione acustica presente su Nebraska, alla quale ci aveva abituati.

Altro pezzo da restarci secchi è la mitica “Out In The Street”, che viene eseguita a ruota. Quel pezzo per me rappresenta la liberazione dell’uomo dal suo lavoro, che si trova a dare tutto quello che può per un fine settimana da ricordare. Amavo alla follia la versione presente sul live di NYC del “Reunion Tour” e la versione di S.Siro è praticamente identica. Quindi la mia voce cerca di farsi strada difficilmente tra le 70.000 presenti in location. Ma se la voce resta, l’anima se n’è andata da un bel po’ su quel pezzo, non sapendo cosa mi attendeva da li a poco. Arriva una splendida doppietta tratta da “Born In The U.S.A.”, ovvero “No Surrender” e “Working On The Highway”. Anche li, “No Surrender” è un altro pezzo su cui lasciarci l’anima a forza di cantarlo. Si susseguono in scioltezza la nuova “Shackled & Drawn”, “Waiting On A Sunny Day” e “The Promised Land”. Poi all’improvviso la band lascia il palco, le luci si spengono e si avverte nell’aria che sta per succedere qualcosa di epocale.

Quando dopo due ore di concerto, il Boss, cerca nel suo cappello a cilindro e tira fuori una “The Promise” da eseguire da solo al pianoforte, è come se avessi trovato il Santo Graal prima della fine del mondo. E allora puoi iniziare a fare uscire la gente dallo stadio, puoi far entrare i facchini in modo che smontino il palco, puoi iniziare a far chiudere lo stadio e far lentamente uscire le macchine dal parcheggio. Perchè un simile colpo allo stomaco non vale; il concerto può anche finire li. Eravamo pronti per “Bobby Jean”, “No Surrender”, forse non ci aspettavamo “Radio Nowhere” e guarda, nemmeno “The River” pensavo di sentirla stasera, te lo giuro. Ma The Promise, tirata fuori così a tradimento, non vale. Questo ci fa capire che il concerto di S.Siro resterà negli annali e nelle cronache del Boss. Perchè a Firenze poteva farmi “Backstreet” e a Trieste poteva suonarmi “Thunder Road”. Ma voi due non avete avuto “The Promise” e sono cazzi vostri.

Pubblico: *****

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