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14 maggio 2011 / bommaraya

Habemus papam

di Giorgia Quaggiotto


Un papa ce l’abbiamo sempre; è una sicurezza tutta cattolica, simulatrice della ciclicità rassicurante delle stagioni. Ma cosa succede se il papa neoeletto, in attesa di essere per la prima volta annunciato al popolo dei fedeli in trepidazione, improvvisamente grida “non ce la faccio, non ce la faccio aiutatemi”  e si dà alla fuga? Fa ridere, è tragico? Entrambi.

Hanno pensato fosse un film anticlericale.

Mi sa che questa messa in scena della crisi di uno dei capisaldi dell’istituzione clericale, da sempre considerata l’istituzione dalle fondamenta più solide, sopravvissuta alla maggior parte dei sistemi politici, l’unico regno mai smembrato dalla democrazia, rimanda con insistenza al grande imbarazzo del nostro millennio, la fine di tutte le certezze sulla struttura e il significato delle istituzioni durevoli… ah, un’altra critica dell’idea del potere assolutista?

Non avevamo detto di essere ormai tutti smaliziati democratici??

Perché dovrebbe interessarci, dato che in nessun caso potremmo mai identificarci in quelle figurette svenevoli e trepidanti dei cardinali che tanto anelano un capo cui affidare totalmente le proprie insicurezze, (vi ho davvero convinto?). Facciamo finta che la Chiesa di Moretti sia una metafora funzionale, perché gerarchica e ritualizzata, retta da un capo tanto perfetto da essere perfettamente deambulante senza le stampelle razionali della legittimazione democratica, così ontologicamente trasfigurato in qualcosa di trascendentale.

Appena eletto, quello che prima era un semplice cardinale, magari dal sorriso un po’ sofferente, diventa immediatamente qualcos’altro, di non più umano, in cui le debolezze che affliggono tutti non esistono più, obliterate dalla carica, dall’investitura. Chiaramente una finzione, chiaramente una follia.

Probabilmente un film sugli attori, scusate, il potere.

Il capo impersona un ruolo, il ruolo del capo. E il ruolo del papa è il ruolo per eccellenza già completamente definito e immutabile. Scelto da dio, gli basta essere. Qui l’attore, l’uomo che ne indossa la maschera, deve attenersi rigidamente al copione. Ma il copione è soffocante. Il papa Melville  (mi permetto di far notare la scelta del nome, lo scrittore-personaggio che più di ogni altro ha pena delle assurdità del genere umano, che ha “preferenza di no”) riconosce nel ruolo il carico delle responsabilità di fronte alla collettività… e  il colletto è abbottonato troppo stretto per lui.

Si lo so, il rovescio del Caimano, dove il capo sfrutta il suo ruolo per i suoi comodi di privato, trascurando il corollario delle responsabilità, ingiudicabile e infallibile come un capo religioso.

Vuol dire in fondo in fondo che chi si trova bene nel ruolo è perché è matto? Un invasato illuso di poter rappresentare la risposta assoluta a tutte le domande. Come lo splendido attore di Checov interpretato da Dario Cantarelli, un uomo che ha perso il senso del limite, che recita persino gli a-parte e le battute degli altri personaggi, che scende trionfalmente la scalinata dell’albergo per entrare dignitosamente nell’ambulanza che lo accompagna all’ospedale psichiatrico, in una specie di eco buffonesco della discesa di Viale del Tramonto. Trattato con gentilezza, si ha pena con lui. Bisogna compiangere l’uomo che pensa di essere al centro dell’attenzione dell’universo. L’attore è bravo solo se ha il delirio di onnipotenza, ed ecco perché Melville è stato bocciato all’esame per entrare nell’accademia; rimane un uomo senza prepotenze e senza deliri, con i dubbi dell’uomo comune, con un pensiero laico, che ammette la fallibilità del capo e la sua responsabilità, tanto che il primo a giudicarsi è lui stesso.

Pensavamo c’entrasse la psicanalisi.

Mi potreste contraddire, dato che viene chiamata in causa la psicanalisi, sostenendo che il nostro sia semplicemente un viaggio nell’esperienza singola del Bartleby di turno, per una anamnesi finale del suo personale senso di inadeguatezza. Ma il richiamo alla psicanalisi è uno sberleffo morettiano, con la prima seduta psicanalitica con spettatori della storia, con lo psicanalista che è giocoforza “il migliore” ma non lo lasciano lavorare, con la psicanalista fissata sul dogma che tutti i problemi derivino dall’unico trauma universale del “mancato accudimento”.

Probabilmente Moretti è serissimo, come un peripatetico.

Vogliamo vederlo come una rappresentazione orchestrata da un sornione burattinaio? Vogliamo non dimenticarci che è cinema, ma è anche Moretti, anche se si nasconde? Allora la divisione impermeabile tra il dentro e il fuori, su cui si costruisce l’azione, è la metafora spaziale di una consapevolezza; in fondo chi è dentro, chi accetta le regole del gioco, è protetto contro la  verità, è ostaggio di una illusione. È come dentro un palcoscenico, nella folle sospensione di incredulità. La realtà è fuori.  E la realtà non è strutturata. E’ il papa il vero Moretti di questo film,  non il Moretti che dirige la partita di pallavolo; il vero Moretti è fuori che cerca di schiarirsi le idee facendo una passeggiata.

Avevate bisogno di un recensore che vi spiegasse se il film è bello o non è bello, e che cosa significa.

Non sono io quello.

Voto:  8

Anno di produzione: 2011

Casa cinematografica: 01 Distribuzione

Nazione: Italia

Regia: Nanni Moretti

Cast: Michel Piccoli, Margherita Buy, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli, Roberto Nobile, Gianluca Gobbi, Nanni Moretti

Cinema dove è stato visionato il film: KappaDue – Verona

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