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19 maggio 2011 / bommaraya

Fleet Foxes – “Helplessness blues”

di Michele Segala


Entrati nelle classifiche di fine 2008 di ogni rivista di settore che si rispetti (online e su carta stampata), i Fleet Foxes erano sicuramente aspettati al varco: dopo un debutto così, di certo non sarebbe stato facile ripetersi o comunque non deludere (molte) aspettative. Perché ogni volta che veniva tirato fuori il loro nome i riferimenti erano i soliti e non certo facili: Brian Wilson e la West Coast degli anni ’60 in generale. Il loro stesso cantante, Robin Pecknold, lo ammette in diverse interviste, facendo notare come, inevitabilmente, nell’ideare e scrivere questo “Helplessness Blues” siano pesati i fiumi di inchiostri versati (o i bit accesi) per il loro lavoro precedente.

Non a caso “Helplessness Blues” marca più di una differenza con il debutto. La band di Seattle si è cioè sforzata, in più punti, di costruire strutture più complesse, meno lineari: se infatti tre anni fa Pecknold e sodali componevano partendo quasi esclusivamente dalle armonie di gruppo (nelle sue stesse parole: “Se non c’era l’armonia allora la canzone non esisteva”), in questo caso invece è stata l’idea di una canzone stessa, piuttosto, a fare la canzone. Ecco quindi che si possono avvertire persino influenze prog in alcuni pezzi (certamente la title track con quel cambio che spezza a metà l’intero brano), ed in generale una tendenza ad avere un maggior numero di strutture aperte rispetto al passato, così come gli arrangiamenti hanno inglobato elementi che sembrano esterni al canone Fleet Foxes…come il bizzarro assolo di sax atonale nel finale di una The shrine/An argument, che riesce piuttosto bene nel tentativo di scompaginare le carte di quest’album.

I Fleet Foxes, dovrebbe essere chiaro ormai, non difettano né di talento, né di crediti da parte di ascoltatori e critica, ma questo “Helplessness Blues” dà l’impressione di un album che ce la mette tutta per essere più “adulto” e migliore del precedente…ma alla fine si sforza troppo: sì, ha dei momenti intensi e molto riusciti (sempre la title track..e la conclusiva Grown Ocean), ma perlopiù si tratta di canzoni che sembrano richiedere più e più ascolti per farsi piacere; ad ascolti ripetuti consumati, la soddisfazione non sembra essere garantita. Nello sforzo, insomma, di fare un secondo album che sia “più adulto” (se non addirittura migliore) del debutto, forse i FF hanno concentrato troppo l’attenzione sulla forma (e sugli arrangiamenti), e troppo poco sulle canzoni vere e proprie. Ma per essere onesti fino in fondo: questo non è il classico secondo album in cui si smorzano le aspettative di un bel debutto, si tratta di un lavoro più che discreto prodotto da una band che ha un gran pedigree e grande qualità.

Se siamo fortunati (e se c’è una giustizia al mondo) ritorneranno a fare grande musica e grandi canzoni.

Voto : 7/10

Genere: folk

Prodotto da: SubPop / Bella union

Anno: 2011

Sito web: http://www.fleetfoxes.com

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