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21 maggio 2011 / bommaraya

Let’s get it on. (Sesso e parole nella musica leggera contemporanea) – I parte “Great Balls of Fire”

di Gianmaria Vicenzoni

revisione ad opera di Valentina Tuppini

Sono un uomo che non sa come vendere una contraddizione

Boy GeorgeKarma Chameleon (1983)

 

Hai bisogno di rimetterti i pantaloni tesoro

Non voglio un uomo col cazzo piccolo

20 Fingers –  Short Dick Man (1994)


Furtivo nella porta sul retro con le riviste sporche

Ora tua madre vuole sapere cosa sono tutte quelle macchie sui tuoi jeans

The BuzzcocksOrgasm Addict (1977)


Di sicuro non è il Rock a dare il ritmo ad una notte di sesso selvaggio. Manca l’appeal. Manca il motivo. Manca il movimento. Il Rock è fatto per gli spippoloni. Tutto il Rock decente è fatto per gli spippoloni.  Super segaioli con giacca di pelle e barbe del giorno dopo. Ci sono almeno due o trecento milioni di generi musicali più sciupafemmine del Rock, ma a quanto pare il Rock è troppo stronzo per lasciare un assolo agli altri.

 Lascia che la mia bocca vada dove vuole

MadonnaErotica (1992)


Il rapporto movimento-sesso nasce prima di tutto. Il sesso è il livello 0 (zero) della maggior parte dei viventi. Su questo non ci piove. Il gesto nasce per comunicare un’intenzione da vivente a vivente. Un insieme di gesti riassume un’azione. Se ci pensiamo, basta la totalità delle azioni di un neonato ad assicurargli tutto il necessario ancor prima di considerare chi ha dato lui la vita. Ancor prima di mettere in competizione e scardinare i ruoli. Ancor prima di far vedere chi comanderà di lì a poco. Nel primo “mamma” o “papà” pronunciati c’è anche questo.

Se di arte seduttoria dobbiamo parlare, la si dovrà ricercare prima nel movimento e solo in un secondo tempo nelle parole. Quindi, se la logica non mi tradisce, il rapporto movimento-sesso nasce prima di tutto.

Mi sono svegliata questa mattina con un terribile mal di testa

Il mio nuovo tipo mi ha lasciato solo una stanza ed un letto vuoto”

Bessie SmithEmpty Bed Blues (1928)


È risaputo. Negli anni del proibizionismo tutto era lecito, tranne l’alcol. Erano anni difficili, dove una nuova estetica e un nuovo linguaggio muovevano i primi passi. Anni di conflitti, tra neri e bianchi. Tra poveri e ricchi. E tra ricchi e più ricchi.

Nelle comunità nere, l’uomo non aveva lo stesso ruolo che in quelle bianche. Il potere decisionale all’interno della famiglia non era solo questione di muscoli. La donna nera, in quegli anni, era una donna più cazzuta della corrispettiva bianca. E l’anzianità era rispettata al massimo. Alle donne più vecchie (le cosiddette “big mama”) ci si rivolgeva come fa un cristiano con la Bibbia.

L’uomo nero, invece, lavorava “sempre per qualcuno più bianco di lui”. Lavorava molto e sottopagato. E questo poteva essere causa di malumori. Ma soprattutto, lavorava meno delle donne ed era meno riconosciuto. Questo era di certo causa di malumori. In pratica la donna nera era più cazzuta della donna bianca, dell’uomo bianco e dell’uomo nero.

Bessie Smith condensa tutto questo nella sua vita, con una voce venuta dall’inferno. In un contesto simile, non stupisce perciò che questo “nuovo tipo” cantato da Bessie non facesse poi tanto scandalo.  Bessie si svegliava con un “terribile mal di testa”  e veniva “lasciata sola” con una “stanza e un letto vuoto”. Ogni volta. Da uno sfigato rimorchiato il giorno prima. Uno con meno palle di lei.

Chi era questo “nuovo tipo” e questa nuova sessualità che Bessie andava promuovendo? Una sessualità certamente di colore. Di colore black. Per Bessie il sesso (quello sporco e di periferia) doveva essere fatto da qualche parte. Per caso. In qualche stanza a ore.

Agli inizi del XX secolo Storyville (New Orleans) diventò la capitale del sesso a pagamento. Il paradiso della prostituzione. E Basin Street si tramutò presto in una Desolation Row fatta di disperati e ubriaconi; squattrinati e scommettitori.

Ancor prima di Bessie e il suo “tipo“, in uno di questi bordelli dai pianoforti traballanti si scaldava le mani un certo Jerry Roll Morton. Verrà ricordato soprattutto per aver inventato il Jazz. O almeno a lui è toccata la fortuna di vedersi attribuire una tale onorificenza.

Molti però non ricordano il suo suono completamente “hot”. I tempi corti ed un ritmo sincopato abituarono le orecchie a questo nuovo modo di intendere la musica. Era naturale che il ballo (il movimento) sarebbe arrivato dopo pochi istanti. Dal primo cake walk i nomi dei balli di questo periodo non si contano: turkey trot, donkey trot, fish-step, shimmy, geechie-walk… Tutto questo sfociò in quello che ora conosciamo come quickstep, charleston, fox-trot e ragtime.

Il movimento doveva essere al centro di questa rivoluzione sessuale nera. E lo fu. Negli anni seguenti non fu un caso che le più grandi voci e i più grandi strumentisti facessero uso massiccio di due cose: la droga e il sesso. Billie Holiday ne fu l’esempio più lampante.

Billie iniziò la sua vita in una camera a pagamento. Il movimento (sua madre era ballerina) e la musica (suo padre era suonatore di banjo) furono la sua culla nativa. Tra i nove e i dieci anni subì una violenza sessuale e a 13 era già sulla strada della prostituzione. La leggenda vuole che le tariffe per le prestazioni non venissero mai pagate infilando soldi nelle cosce di Billie ma a mano, come tra gentiluomini d’affari. Il soprannome fu immediato: “Lady”.

Se Gertrude Rainey fu la scurrile “Ma” che mostrava agli uomini il suo grosso culo nero, Billie Holiday fu la prostituta che si autocommiserava cantando “sono una stupida a volere un amore che è anche per altre”. Billie fu il fiore proibito che voleva essere un albero. E non l’albero dell’impiccagione della immortale Strange Fruit. Un albero che non voleva avere radici. Roots in inglese. Un albero che dimenticò le sue radici, ma non le sue origini.

Billie fu tossicodipendente per una vita intera. Della sua tristezza ancor prima che delle sue droghe. Billie fu prostituta per una vita intera. Della Vocalion, sua etichetta, ancor prima che dei suoi amanti. Rimane il fatto che della vita vedesse “la verità dietro le bugie”, come dirà Bono Vox.

Dopo una stupidissima guerra mondiale le persone sono sempre timide. Il mondo che uscì dalla catastrofe economica e politica del secondo conflitto diventò un mondo molto approssimativo. L’Europa fu il teatrino di questo spettacolo. Con un conto da pagare: il Piano Marshall.

L’epopea di ricostruzione di un continente martoriato dalle bombe e dalla follia della “guerra totale” toccò agli Stati Uniti, ai quali mancava uno sbocco per la propria crescente offerta di beni. L’offerta musicale non tardò ad arrivare. Giunse su due ginocchia ben piegate e un bacino roteante. In meno di tre anni Elvis Presley riuscì a fare quello che James Dean aveva mancato nei suoi tre film . La parola d’ordine era Rock & Roll.

In questo “far tutto e far niente” il Roll riuscì a stupire i teenagers a suon di riff veloci e mossette, riuscì a far inorridire i genitori più conservatori ma soprattutto riuscì a far cadere l’ultimo baluardo dei cantanti melodici dell’epoca. Bill Haley, Carl Perkins e Gene Vincent rapirono questa idea e la tramutarono in rockabilly. Furono però Chuck Berry, Jerry Lee Lewis e Elvis Presley a plasmare i giovani ribelli americani. Il mezzo  più efficace per colpire duro era sempre quello : il sesso.

Mmmm… feels good!”

Jerry Lee LewisGreat Balls of Fire (1957)


Jerry Lee suonava il piano in piedi, per simulare un rapporto ipotetico con la tastiera. Mentre cantava frasi come “abbiamo fatto l’amore nel granaio”, distruggeva a calci il suo strumento e appiccava letteralmente il fuoco al legno del piano. Great balls of Fire, appunto. In un’estasi di allusioni e provocazioni riuscì anche a sposare una sua cazzo di cugina di tredici anni per poi dimenticarsi completamente del mondo. Il “Killer” fu senza dubbio la personificazione di quel genere.

Chuck Berry fu principalmente un suono. Un suono di chitarra saturo fino nelle viscere. Le valvole calde sapevano far uscire di testa ogni “little chick” a sua portata. Non scrisse parole così infuocate come ci si poteva attendere ma non c’era Ford o Buick che non lo sparasse nelle sedute di pomiciate davanti a qualche drive-in. Cliché? Forse non così tanto.

Abbiamo detto che il sesso (motore di una estetica occidentale fatta di lamiere, brillantina e Gibson) fino a quel momento era roba per neri. Lo era nel concetto e nella forma. Sam Phillips in cuor suo sapeva che per fare il botto sarebbe bastato un “bianco con la voce e l’anima di un nero”. Non sapeva ancora però che quel bianco era sexy come un nero. Elvis di nome.

Quando quel bianco scoperto da Phillips si presentò al Live Stage Show e in diretta tv cercò di scopare ogni figlia di papà al di là dello schermo, successe un finimondo. Non era colpa delle parole. Ancora una volta era colpa del movimento. Al punto che nelle comparsate successive i cameramen furono invitati a non inquadrare più in giù del bacino. Quando il “Re” si inventò “la mossa con le spalle” l’America perbenista cadde in ginocchio. Di fatto gli Stati Uniti diventarono una monarchia da quel momento fino al 1977.

La timida America si svegliò di colpo. Una nazione giovane, vogliosa e sessualmente attiva avrebbe cancellato l’orrore della guerra. Una nazione che voleva cantare per tutti, bianchi e neri: ma tenendoli ben separati. Non a caso furono anche gli anni dei problemi razziali. C’era confusione, abbiamo detto.

Furono gli anni di Etta James, Martha and the Vandellas, James Brown e Diana Ross, per dirne solo alcuni di più o meno sporcaccioni. Qualche anno più tardi sarebbe arrivata la liberazione totale. Gli anni sessanta liberarono gli istinti. L’immagine di Muhammad Ali che guarda Sonny Liston al tappeto è rimasta nell’iconografia di quella decade. La rivoluzione sessuale nera era una rivoluzione decisamente “forte”.

Fu un altro fuoco a scaldare le già accaldate notti americane. Il fuoco di Seattle arrivò nel periodo sbagliato. Il periodo “floreale” che irruppe nell’Ameria del 1965 con un carico di Volkswagen T1, vive ancora ai giorni nostri con la sua Batik culture, i joint e i capelli lunghi. Arrivò dalla zona benestante della California, in autostop.

Il movimento flower power affermava a gran voce che la nazione bianca, americana e perbenista doveva scopare. Come un nero. Si affievolirono così, tra i giovani, le discriminazioni razziali senza mai superarle in verità. Si parla degli anni dei Jefferson Airplane e Grateful Dead (che a dir la verità non ci hanno lasciato molte liriche degne di nota), Janis Joplin (che il cielo le riservi un po’ di serenità…) e Woodstock.

 

Madre… voglio  fotterti…

Jim MorrisonThe End (1967)


I Doors accesero il fuoco di una generazione hippy e (a sentire i “matusa”) depravata. Jim Morrison sciolse l’ultimo nodo all’imbarcazione della Vergogna americana, prima che il Grande Fuoco di Seattle bruciasse tutto quello che c’era.

Visse in un mondo parallelo per tutta la sua vita, presentandosi nelle vesti di profeta della mescalina. Quello che ora vediamo solo come icona su magliette da liceali, altro non era che una delle penne più delicate e confuse di tutto il panorama dell’epoca.

L’avventura di Morrison nella contea dell’irresponsabilità più totale fu la prova, tutta americana, che non solo si poteva, ma si doveva fare. Il 9 dicembre del 1967 venne arrestato in Connecticut per atti osceni in luogo pubblico e nel 1969, in piena fase di abbandono morale, mostrò i genitali in concerto.

Tuttavia a quel tempo la Motown di Berry Gordy era molto in forma. Non solo tutti i suoi artisti arrivavano prontamente in cima alle classifiche di vendita, ma riusciva a dettare legge per quanto riguardava moda e musica. Non c’è artista che non debba ancora oggi qualcosa alle registrazioni mono della Motown.

I rocker giravano in moto, fumavano e parlavano di cambiare il mondo. Gli artisti Motown parlavano ancora di quello di cui parlava Bessie Smith. Fare l’amore in ogni dove. Poteva riassumersi nella tipica leccata di labbra di Sam Cooke (non hanno inventato nulla il sig. LL Cool J e il sig. D’Angelo) o la presenza fisica di Marvin Gaye.

L’estetica sessuale, nonostante Morrison, rimaneva affare della pop & soul music. In realtà, il reggae si spinse oltre la cortina della decenza molti anni prima, ma non venne percepito subito dal mainstream musicale. Basti pensare che la canzone Louie Louie, dopo la versione dei Kingsmen del 1964, venne messa sotto inchiesta dall’FBI per “obscenity”. Ancora oggi è sotto inchiesta. Motivo per cui ha assunto lo status di canzone simbolo con oltre mille cover. Rimane il fatto che l’originale venne scritta da Richard Berry and the Pharaohs nel 1955 in uno stile completamente giamaicano, proprio per ricalcare i testi e le modalità ritmiche del genere.

Ci voleva qualcosa di più spinto di Morrison. Qualcosa di totalmente rock ma meno beat.

Lascia perdere Rover

E lascia che Jimi ne prenda il posto

Sì, sai di cosa sto parlando… Ora apri bene le orecchie”

Jimi HendrixFire (1967)

Fu il Fuoco di Seattle a sconvolgere tutto nel 1967.                                             —FINE PRIMA PARTE—

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