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27 marzo 2012 / bommaraya

Let’s get it on. (Sesso e parole nella musica leggera contemporanea) – III parte “Love Sign”

di Gianmaria Vicenzoni

revisione ad opera di Valentina Tuppini

In un primo momento Prince lascia tutto lo spazio alla musica e alla sua rivoluzione. La tematica del nostro paladino però è densa di sesso sin dai primi momenti. “Soft and wet”, “I wanna be your lover”, “Sexy Dancer”, “Sexuality”, “Do me baby“, “International Lover” è il suo tipico modo di essere esplicito fin dai titoli. Prima del 1984, questo nanetto di Minneapolis riuscirà a stupire soprattutto per i suoi cambi stilistici (basti pensare a “Dirty Mind”, suo terzo disco) e alla sua incredibile attitudine a creare linee melodiche che definiranno uno standard innegabile nella musica pop.

In Inghilterra, Pete Burns e Boy George influenzavano il modo di vestire dei giovani londinesi. Burns, con i suoi Dead or Alive, scandalizzò gli inglesi ad ogni suo eccesso. Boy George, prima D.J. in vari locali della Londra più eccentrica e poi cantante dei Culture Club, veniva copiato dalle giovani donne nella scelta del make-up e delle magliette larghe. La “gay war” tra Burns e Boy George offuscò completamente la teoria “choose life” degli emergenti Wham! di George Michael.

Gli Wham! capitarono in un periodo di svolta nella cultura inglese. I loro toni leggeri e le melodie facili entrarono facilmente nella testa dei giovani agiati mentre una sottocultura fatta di emarginati e disadattati viveva ai lati della strada. Se nei primi anni ’80 queste differenze sembravano convivere, successivamente diventarono problematiche. La “smalltown” life era una vita di periferia, intesa come distretto ai margini di una vita con lustrini. La “choose life” invece, livellava tutte le asprezze della vita, dimenticando di cantare parole per la disoccupazione, la violenza familiare, l’ostilità verso il diverso, la polizia ai cancelli dello stadio, il reddito basso e la prostituzione. Gli Wham! con i loro sorrisi e le loro interviste, volevano fare dell’Inghilterra un posto felice, un posto come gli Stati Uniti, al momento in cui si parla, la nazione economicamente più benestante.

Alle luci della moda e alle vacanze esotiche, i giovani emarginati rispondevano con un mix fatto di “gay culture” (termine dispregiativo ma che identificava molto bene quel momento), musica giamaicana e lotta politica. Non a caso è proprio in questo periodo che gay, neri e skinhead vivevano sotto lo stesso tetto dell’emarginazione condividendo musica e arte. Quello che successe dopo, non ci interessa.

La vita di gente come Jimmy Somerville, Boy George (che anni dopo dichiarò di aver avuto una relazione con Jon Moss, batterista dei Culture Club) e Pete Burns male si adattava allo stile da Club Tropicana del duo di Watford. In Smalltown Boy infatti, Somerville e i suoi Bronski Beat, descrivono la difficile condizione di un giovane omosessuale in un paesino di provincia. Anche il video musicale mise in risalto la nascente cultura gay degli anni ’80.

A riprova di questo Morrissey (sebbene il suo rapporto col sesso fosse un caso più unico che raro, in quanto al giorno d’oggi non si conosce nulla di certo sulla sua vita sessuale privata. E con Internet in agguato è un fatto piuttosto isolato…), cantante dei The Smiths e poi solista, dichiarò: “se George Michael avesse vissuto la mia vita per cinque minuti, si sarebbe strangolato col primo pezzo di corda a portata di mano”. Anche Boy George definì “una mossa commerciale oscena” il coming out di George Michael del 1998. Il video “Outside conferma questo, poiché ridicolizza tutta una lunga lotta per la libertà sessuale del cosiddetto movimento gay partito anni prima ma affermatosi in questo periodo.

Ma torniamo negli Stati Uniti.

Intanto Madonna poneva le basi del suo successo. Il suo primo album del 1983 (ricordato spesso sotto il nome di “The First Album”) viene subito accolto male, ma si riprende in corsa. Musicalmente pone seri dubbi sulla teoria della evoluzione: perché abbiamo le orecchie? per quale motivo dovremmo ascoltare una tale porcheria?

“Conobbi una ragazza di nome Nikki

Si potrebbe definire una ninfomane

La conobbi nella Hall di un albergo

Mentre si masturbava con una rivista”

Prince and the Revolution – Darling Nikki (1984)

Ok… Nel 1984 uscì il caso discografico dell’anno. “Purple Rain” di Prince fu un tale casino che colorò i grigi anni di transizione tra i ’70 e gli ‘80. Se oggi la nostra visione di quegli anni può essere riassunto in giacche enormi, risvolti e permanenti non si può non fare riferimento all’estetica dei The Revolution, la band che lo seguiva in concerto. In un attimo vennero spazzati via gli ultimi rimasugli del Punk, la prima New Wave e il tutto il Rock dai lunghi assoli.

“Darling Nikki” diventò il più grosso problema dell’America dallo scoppio della 2° Guerra Mondiale. Dobbiamo però fermarci per un po’ di indottrinamento. Tanto per capire.

Il Parents Music Resource Center (meglio conosciuto come P.M.R.C.) venne fondato da Tipper Gore, moglie del futuro Vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore (allora Rappresentante del Congresso), e da altre attiviste e sostenitici. La figlia dodicenne dei coniugi Gore acquistò una copia di “Purple Rain”. Dopo l’ascolto delle parole di “Darling Nikki”, la signora Gore decise di capire meglio la questione. Mtv era partita tre anni prima. Tipper Gore iniziò a scandagliare il fondo dell’oceano musicale per trovare video a sostegno della sua tesi: “il sesso esplicito e la violenza sono troppo per noi da gestire”.

Anche Susan Baker, moglie del Segretario al Tesoro James Baker, si scandalizzò quando sua figlia di sette anni gironzolò per casa cantando i versi di una canzone di Madonna (“Dress you up) per lei troppo “suggestive”.

Le due co-fondarono il P.M.R.C. che di fatto diventò un gruppo di opinione, ovvero un gruppo con libertà di esprimere al Senato le proprie idee. Riuscirono anche a convincere una ventina di case discografiche a firmare un accordo per impegnarsi ad apporre un disclaimer (divenuto famoso come Tipper Sticker), ovvero una etichetta che avvisasse gli acquirenti che il disco in questione aveva un “explicit content” e avvisava al contempo i genitori con un bel “parental advisory” su contrasto bianco e nero.

Per farla breve, ci furono inchieste su molte opere musicali prodotte. Ci furono forse a ragione (il caso del gruppo hair-metal W.A.S.P. con la loro “Animal (Fuck like a Beast)”) e sicuramente a torto (il disco “Jazz from Hell” di Frank Zappa, completamente strumentale!) diversi ammonimenti verso questo o quell’artista.

Rimane significativa la frase di Zappa durante il suo intervento davanti al Senato, dove definì l’opera del P.M.R.C. inutile quanto cercare di “eliminare la forfora tramite la decapitazione”.

Di fatto, l’America puritana rispose bene sul lato formale. Su quello più informale e nascosto invece, lo sticker non allontanò i compratori, bensì li invogliò. Riuscì anche a creare un certo interesse per prodotti artisticamente dimenticabili ed insignificanti. Lo sticker in pratica creò la fortuna di certi artisti, esattamente all’opposto di quanto preventivato dalla signora Gore.

Le meraviglie di “Purple Rain” non si fermavano qui. Gli sfavillanti ed eccessivi arricchimenti sonori del disco facevano da sottofondo musicale ai gridolini e gemiti del “Genio di Minneapolis”. Prince voleva conquistare il mondo del Pop (commercialmente parlando, venne battuto da un altro fenomeno del genere, Michael Jackson) attraverso l’erotismo della sua voce.

Madonna esce col suo secondo disco: “Like a virgin”. Raggiunge la prima posizione in molti paesi. Il testo, all’epoca, segnò un profondo spartiacque con l’immagine punk-pop dell’artista che nel primo album cantava robaccia come “Holiday”. Da questo momento l’icona del pop al femminile Madonna sarà un susseguirsi di cambi di look e trasformazioni. In realtà, il testo non fu così trasgressivo come in seguito si lasciò intendere. Non fu di certo il 1984 e questa ragazza arrivata a New York con “37 dollari” a sconvolgere il mondo con le sue parole.

Se non sono state le parole, allora cosa è stato farla balzare sopra alla sua rivale evangelica secondo l’indicizzazione di Google? Beh, Madonna fu una immagine. Questa “Material Girl” quotata in borsa, fu decisamente la cosa più pop che il grembo americano riuscì a partorire. Liz era troppo poco commerciale, Marilyn troppo ingombrante e Jackie troppo infelice. Warhol aveva visto giusto ma aveva sbagliato mira: Madonna era di più. Era il denaro della Wall Street in bicicletta, era il sorriso di Reagan ed era la bandiera americana sui palazzi della Broadway. Era più americana della Coca Cola. Era la Mostra delle Atrocità in formato chewing-gum.

Nel 1986 esce “True Blue”. Infornata di hit ed esaltazione della mediocrità. Niente di nuovo sostanzialmente. Con l’arrivo di “Like a Prayer” nel 1989 le cose cambiano. Cambia la musica (niente di trascendentale, sia chiaro) e cambiano le tematiche. In “Express Yourself”, Madonna incita una rivolta femminile in tacchi a spillo e unghie. Le donne, secondo la pop singer, dovevano riprendersi il ruolo principale nel rapporto a due. Anche in quello sessuale. L’anno successivo arriverà a dire che “la vagina governa il mondo” in una intervista alla BBC.

Col video di “Like a Prayer, Madonna inasprì il contrasto tra Vaticano e Pop Music. Nel video Madonna bacia un santo di colore, scopre le mani con stigmate e balla attorno a croci che bruciano. Il messaggio è chiaro sebbene i toni del videoclip siano sfuocati e onirici.

Nel 1991, dopo qualche singolo (degno di nota, “Justify my Love”) e vari fatti di cronaca rosa, viene pubblicato il documentario “A letto con Madonna”, che racconta la vita della star durante il “Blond Ambition Tour”.

Nel 1992 esce un album fotografico: Sex. Qui Madonna svela le sue fantasie sessuali e le rende esibizione. Esce anche il film “Body of Evidence”, film orribile che vede protagonista una Madonna provocatrice come non mai. Ma soprattutto è l’anno di “Erotica”, l’unico album del Pop femminile ad essere qualitativamente pari ai nomi del Grunge dell’epoca.

“Erotica” è un gran disco, con una gran copertina, dei gran concetti e un grande valore storico. Il disco immortala il rapporto tra sesso e cultura occidentale negli anni ’90 e a seguire. Incarna la disco music e i rave party, il sadomaso e il latex, internet e il porno, i preservativi e la masturbazione femminile.

Nella canzone simbolo del disco, si presenta come “Mistress Sadomaso”, una sorta di donna fatale che insegna le arti del piacere attraverso il sesso violento. “Metti le mani su tutto il mio corpo/Non credo  tu sappia cos’è il dolore”. Il sadismo unito alla vista dell’uomo come schiavo sessuale eccita le folle. Nemmeno gruppi come Guns ‘n’ Roses, band dall’ottimo sex-appeal, arrivarono a tanto.

Nel 1994 poi, esce “Bedtime Stories”. Album decente ma che mette la parola fine alle poche idee artistiche della pop star. Da qui in poi saranno solo soldi, fama, cabala e moda. Per la gioia dei fan e della sua etichetta.

L’anno precedente viene pubblicato un disco senza nome. Solo un enorme simbolo al centro della copertina può far capire che si tratta di “Love Symbol”, nuovo disco di Prince, che nel corso degli anni ’80 ha continuato a ridisegnare le sue sorti con singoli più o meno efficaci. Per l’occasione sfodera anche i suoi migliori assi nella manica: la New Power Generation, la sua band.

Tra le prove di stile del Pollicino di Minneapolis, c’è la fantastica “Sexy Mf” e il brano “The Continental”, che per l’occasione include la voce di una delle future sex-symbol d’America: Carmen Electra.

L’anno successivo è la volta di “Come”, album in cui Prince parla di rapporti orali e sesso estremo. La canzone “Pheremone”, nello specifico, rilegge il sesso in chiave voyeuristica.

È il 1995 e in tutta Europa, abbiamo detto, esplodono i rave party. Già sul finire degli anni ottanta, questa tendenza aveva acquistato notorietà negli Stati Uniti e in Europa. Questa contestazione nasceva in un territorio nuovo per le rivolte sociali: la musica elettronica. Masse di persone si radunavano abusivamente in zone urbane degradate e incustodite per unirsi assieme al ritmo di Techno, Acid House  e Jungle. A torto queste feste vennero demonizzate dall’opinione pubblica come scusa per coprire anni di inoperosità da parte degli stati. In realtà questo movimento fu fucina di molti stili artistici ancor oggi in voga.

Queste feste illegali venivano autogestite dai partecipanti e rispecchiavano l’avversione dei giovani verso la repressione da parte dei governi alla libera associazione. Furono le fabbriche  e le zone periferiche le prime grandi discoteche a cielo aperto. Il consumo di droghe (soprattutto i nuovi acidi) destabilizzò questo primo clima di effervescenza musicale e artistica fino a tramutarlo in una “festa senza motivo”.

In questo clima si possono contestualizzare gli LGBT pride (o gay pride) sorti dagli anni ’70 in tutto il mondo e consolidatisi in questo periodo. Associazioni di lesbiche, gay, bisessuali e transgender con lo scopo comune di far festa in stile Mardi-Gras.

Musicalmente niente di significativo, però segna l’ultimo passo di questa rubrica.

“Stai zitto e dormi con me

Dai…! Perchè non vuoi dormire con me?

Sin with SebastianShut up (and sleep with me) (1995)


-Fine-

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